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<Si era buttato nella vita, dalla resistenza armata al nazifascismo alla politica e al giornalismo, con un anticipo che, alla fine, gli faceva dire di aver più dei 78 anni anagrafici, almeno cinque-sei anni di più che si facevano sentire, ma convinto ne fosse valsa comunque la pena perché così aveva "potuto vivere la storia del '900 quasi interamente''>.
.Con queste parole la figlia, Candida Curzi, anche
lei giornalista, ha ricordato il padre Sandro, scomparso dopo una
lunga malattia e considerato uno tra i maestri del giornalismo
italiano. Aveva vissuto l'Italia, Sandro Curzi, l'aveva vista nascere e
crescere, aveva combattuto prima e dopo la fine della guerra, nella
resistenza e poi con l'impegno politico, per costruire un Paese capace
d superare le miserie del fascismo. Dopo Indro Montanelli ed Enzo
Biagi, l'Italia ha perso un'altra penna tra le più graffianti e non
allineate, capace di credere nei giovani e di sferzare politici e
professori con la forza delle idee. Era un comunista, Sandro Curzi,
scevro però di tutte quelle fossilizzazioni e retaggi ideologici che
ingabbiano la mente in clichè senza senso, quello che contava ai suoi
occhi era l'Italia in continuo divenire.
Quando lo incontrammo, a margine di una conferenza alla Fnsi, si
dimostrò disponibile a concederci un'intervista e ci invitò, pochi
giorni dopo, nel suo ufficio al settimo piano di viale Mazzini. Vi
riproponiamo di seguito il testo dell'intervista, realizzata subito
dopo le elezioni politiche del 2008.
Curzi, considera l'Italia un paese democratico dal punto di vista dell'informazione?
<No. Per me democrazia è efficienza e partecipazione delle persone. Noi stiamo invece vivendo una fase in cui l'informazione fa da spalla alla politica, quando dovrebbe accadere il contrario. Siamo un Paese che vota ma non decide. Non è democrazia.
Anche nei giornali non ci sono battaglie. Bossi tira fuori i fucili e i giornali sorridono, la violenza non sorprende più nessuno. Mancano poi le vere inchieste. Un settimanale come L'Espresso, che decenni fa pubblicò un articolo fortissimo sulla corruzione romana, adesso fa una copertina sul vino tagliato male aggiungendo solo un tassello a questo sfascio di Paese. La copertina era degna di un Paese concorrente. Non sono mai stato un nazionalista ma mi rendo conto che su nessuna cosa riusciamo a essere seri.
La stessa trattativa su Alitalia è stata condotta in modo poco serio e l'informazione non ha aiutato>.
Come è stata gestita la campagna elettorale dalla RAI?
<Diciamo che io l'avrei gestita in modo ben diverso. Visto il numero dei parlamentari avrei ripristinato le classiche tribune politiche degli anni Sessanta, dove tutti i leader dei partiti parlavano ma non tutti insieme, davanti a venti giornalisti. Quarant'anni fa però c'erano grandi leader e grandi giornalisti, c'era il confronto ed esisteva il diritto di replica alle risposte dei politici. Oggi, invece, quelli che sono i grandi giornalisti, fanno domande poco mordenti. La questione più importante sottoposta a Berlusconi, ad esempio, è stata quella sul Tibet, una domanda molto semplice su cui tutti avrebbero saputo rispondere. Nessuno ha mai nominato, invece, la parola mafia. Nessuno ha chiesto a Berlusconi se abbia o meno intenzione di portare avanti in modo serio la lotta alla mafia>.
Qual era il rapporto tra i leader della prima Repubblica e la televisione?
<Ricordo che Longo mi chiese di aiutarlo a prepararsi proprio in vista di uno scontro televisivo, Togliatti invece sembrava quasi nato per la televisione. Erano altri tempi anche per il giornalismo. La forza del giornalista deve essere nelle sue domande e nel suo pensiero, chi è senza idee non può dirsi giornalista. È anche vero che i redattori di adesso sono pagati pochissimo, non esiste più neanche l'apprendistato. Gran parte dei giornalisti oggi vivono con un contratto di tre mesi ed essere liberi in queste condizioni è eroico. La professione è stata svilita a causa anche dell'abbassamento del livello culturale della società italiana>.
Cosa ne pensa del proposito di far finanziare i giornali di partito dai partiti stessi?
<La legge sui finanziamenti è fatta male, si ottengono sovvenzionamenti collegandosi a un deputato e si vendono magari appena quattromila o cinquemila copie. Non capisco poi perché bisogna dare tanti miliardi a testate come il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, l'Avvenire, che hanno un bilancio in attivo. Bisognerebbe quindi fare una legge molto rigorosa che sostenga seriamente le vere cooperative dei giornalisti>.
I primi passi della RAI...Cosa può raccontarci in merito?
<Inizialmente c'era la Rete1 di Fabiano Fabiani, ma anche i congressi del Sindacato dei giornalisti. Congressi di notevole livello, di scontro ideale e culturale. Sono geloso del mio periodo. Quando io ero al Tg3, Vespa al Tg1 e Alberto La Volpe al Tg2, abbiamo contribuito alla forza della Rai. Ricordo ancora quando mi chiamarono Manca e Agnes per propormi di diventare direttore. All'epoca ero condirettore dal ‘75 e non potevo ricoprire una carica più alta perché avevo origini nell'Unità. Loro mi proposero invece l'incarico, contrariamente a quello che voleva il Pci. I tre telegiornali allora erano differenti. Il Tg1, il Tg2 e il Tg3 conquistarono una fascia di pubblico che, tra il 1986 e il 1988, bloccò la nascita della Fininvest. C'era un pubblico che era affezionato al telegiornale e alla Rai. Basti pensare che ricevetti un premio dai giovani della Destra, dell'MSI (avevano fatto un concorso per stabilire quale telegiornale guardavano) perché il TG3 aveva una linea editoriale diversa, riuscivamo a far parlare tutti. Rivendico, ad esempio, la responsabilità di aver fatto parlare Bossi per primo. Avevo visto i risultati delle elezioni a Sondrio e Varese, nelle quali la Lega aveva ottenuto il 15 per cento dei voti e decisi di fare un'inchiesta, da cui risultò che uno degli esponenti del nuovo partito era un ex segretario della Camera del Lavoro. Ero interessato, in particolare, a scoprire quale era stato il nucleo di operai leghisti della Dalmine di Bergamo. Alcuni ci accusarono di aver dato voce ai leghisti e al Movimento Sociale Italiano>.
Tornando ad oggi: cosa ne pensa del fenomeno Beppe Grillo?
<Beppe Grillo non mi ha impressionato molto. Ricordo L'Uomo Qualunque, che ebbe grandi consensi all'inizio ma si dissolse non appena entrò in politica. Erano bellissime le denunce di Giannini. A quell'epoca l'Italia aveva una sua rilevanza perché era la frontiera della Guerra Fredda, ora tutta questa attenzione è scemata>.
Era questo il Paese che si aspettava dopo la ricostruzione post-bellica?
<Sono molto amareggiato in questo senso. Noi "vecchi" pensavamo avevamo altre prospettive. L'Italia della Liberazione cercava di trovare un'unità e noi giovani pensavamo che con la Resistenza si sarebbe potuta realizzare una rivoluzione culturale e intellettuale. Ricordo che andai a Parigi quando De Gasperi fece il discorso sul Trattato di Pace, all'epoca si era già consumata la rottura tra Democristiani e Comunisti. La sera prima De Gasperi e Togliatti avevano avuto un lungo colloquio. L'impressione era insomma che Italia, nelle sue diversità, fosse avviata verso un miglioramento delle condizioni economiche e che l'intellettualità avrebbe avuto a lungo una sua rilevanza. Berlinguer, ad esempio, era un misto di politica e semplicità. Era mio grande amico ed anche un grande giocatore di poker. Nel suo ultimo intervento pose in risalto la questione morale e il rapporto con la cultura: aveva intuito che il Paese si stava sfaldando. In una riunione del PC a Roma, poi divenuta pubblica, disse: " Voi dite che abbiamo le mani pulite, ma stiamo attenti, guardiamo anche all'interno del nostro partito". Berlinguer è morto troppo presto, altrimenti avrebbe potuto cambiare il PC, così come ebbe a dire lo stesso Craxi>.
In politica esistono personaggi come Pio La Torre, capaci di fare antimafia in modo concreto e non solo a parole?
<Non mi pare, non ne conosco. Pio La Torre era un personaggio molto importante, ma allo stesso tempo semplice ed affabile come persona>.
Lei ha conosciuto Indro Montanelli ed Enzo Biagi...
<Sì, di Montanelli ero amico. Biagi invece l'ho conosciuto meno ma lo stimavo per le cose che scriveva, mi è dispiaciuto molto quando dovette subire l'editto bulgaro. Con Montanelli ci incontrammo nel 1956 quando, per conto del giornale dei giovani comunisti "Nuova Generazione", stavo tentando di entrare in Ungheria. Lì "ci sfiorammo", a Budapest ci aiutammo e a Vienna ci rivedemmo. Mi offrì anche un pranzo in un albergo di lusso, forse per farsi raccontare come, io comunista, avessi vissuto la tragedia dell'invasione sovietica in Ungheria. Ricordo che trascorremmo tutta la notte a parlare e da allora diventammo amici, sebbene avessimo idee diverse. Era un gran solista, brillante. E' stato uno dei pochi, quando nel 1992 fui costretto a lasciare la Rai, a chiamarmi mentre ero al programma Uno contro tutti, definendomi come il nemico che aveva sempre sognato e che tra noi c'era una forte stima reciproca. Montanelli aveva inoltre capito Berlusconi prima di tutti>.
Alessandro Proietti
Emilio Fabio Torsello
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